Prologo: Sembra, a volte, che tutto ciò che ci accade debba avere un significato. Crediamo che il caso sia spinto da chissà quale remota ragione e non vogliamo che la ragione stessa ci sveli la totale mancanza di un filo conduttore tra i nostri desideri e le nostre appagazioni.
Svolgimento:
Mi sono perso il certificato di abilitazione alla professione. Mi serve, devo allegarlo a delle pratiche che farò, non basta che l’autocertifichi. Dovrò andare a Pisa a richiedere un duplicato, domani.
E allora proviamo a immaginare il percorso, il domani mattina che avrò, cosa ricorderò.
Buongiorno….ordine degli agronomi, si? Ah, telefono per sapere come devo fare per ottenere un duplicato….
La ragazza, dice di chiamarsi Pina, è nuova ed è molto gentile, ha un accento meridionale. Non conosce Simonetta, la segretaria dell’ordine che c’era prima di lei, comunque è molto gentile mi da tutte le indicazioni e un appuntamento per martedì in tarda mattinata “…perchè il Presidente arriva solo verso le undici ed è lui che deve firmare il certificato”.
Io e Simonetta, assieme ad Alessandra e Fabio avevamo preparato estimo ed economia, poi la Simo l’avevo ritrovata all’esame di stato. Eravamo un po’ tutti a mezza via, tra la laurea e il lavoro. Metà studendi e metà in carriera, chi iniziava un corso Dap, chi – malpagato – tirocinava dal gran professionista, chi passava giornate a telefonare, scrivere e chiedere, altri/e ad arruffianarsi il relatore per qualche inutile borsa di studio.
Era settembre del ’91, appena un anno prima l’estate era finita con un vuoto, una mancanza. Ciò che può portar via un periodo anche breve fuori dai contatti quotidiani. Riccardo non c’era più.
Avevamo suonato assieme a quattro mani il piano-organo che teneva in stanza di Stefania la sua ragazza, il pomeriggio dopo l’esame di patologia, improvvisando su una sua base ritmica.
Semplicemente avevo chiamato la strada, si era aperta l’invidia verde e una faccia nuova mi chiariva che non c’erano più, né Riccardo, né Stefania che s’erano lasciati, né Francesca che s’era lasciata con Danilo e neppure Marina, che raggiungeva Simone a Roma.
Di Marina lo sapevo che non l’avrei ritrovata. Mentre le nostre mani si staccavano alla chiusura delle porte del locale che avevamo per casa a metà giugno, mi aveva detto che sarebbe tornata a Roma, che apriva lo studio veterinario con Simone. Si era laureata da qualche mese (il giorno del mio compleanno). Non ci saremmo più visti.
Piove, è quel martedì che doveva piovere e piove dappertutto. Piove qua alla partenza e pioverà anche a Pisa. Che importa, ho cambiato i tergicristalli giusto ieri, ho l’ombrello e l’impermeabile verde.
Entro sulla A11, traffico delle otto, dopo pochi chilometri m’immetto nell’autogrill. Un menù mattina grazie. Mentre bevo la spremuta pesco un cd dal mucchio: “Kind of Blue” di Miles Davis.
Riccardo non solo suonava, aveva anche delle idee. Studiava lettere e voleva fare lo sceneggiatore. Avevamo provato, ma solo a parole, a buttare giù una sceneggiatura. Ma come si scrive una sceneggiatura? Eh! prima ci vuole il soggetto. Vabbè Riccardo – mentre impostavo la garuffa – se faccio almeno sei e t’impallo, il soggetto lo invento io prima di sera.
Non c’è né spazio né tempo, il film ideale, il racconto ideale, è insieme di colori, racconto fulmineo, velocità, è tempo fuori dal tempo, biancoenero, linguaggio, musica, è la nebbia. Nebbia e la voglia di accendere la sigaretta appena fuori della sala, prima di salire in auto per tornare a casa. Questo è film, questo è racconto.
Gli avevo poi raccontato il soggetto passeggiando lung’Arno dopo pranzo, nel film c’era tutto questo, ma nessuno dei due ci credeva, nessuno dei due aveva voglia di mettere giù roba. Era il giugno dei suoi esami e della discussione della mia tesi.
Pina è molto gentile. Sono arrivato all’ordine un po’ prima perché vorrei passare anche in segreteria eppoi a salutare Marco all’istituto di difesa del suolo. Il certificato non è pronto, ma posso darti la copia dell’attestato provvisorio, no? Non serve, vabbeh vediamo se è pronto per le dieci e mezza.
In segreteria troppa fila. Come quando m’iscrissi. Non ero molto convinto del fatto di continuare gli studi. Ci sono arrivato per inerzia, quasi per casualità. Quasi tutto nella mia vita sembra essere dominato dalla casualità. Tutto è casuale. Un tipo con due occhi di diverso colore – uno azzurro e uno marrone – mi chiede chi è l’ultimo. E’ per il fatto di essere stato il penultimo – forse – che son rimasto.
Se mi scelgo una vita non posso negarla, la vita è unica. Le verità invece possono essere molte. Un bel tiro a biliardo può essere visto da molti punti di vista. L’arbitro che batte il palmo sulla sponda per applaudirti e ordinare il punteggio mentre tira su i birilli, lo spettatore seduto che aveva giudicato il tiro largo o stretto o corto o con troppo effetto, l’avversario che stringe le chiappe sperando che la tua biglia venga inzeppata da una scheggia di gesso sul panno.
Ma puoi tirare solo una volta. Quando la biglia stacca dal cuoio lo senti dal suono di battuta, dal fruscio del panno e dal rimbalzo sulle sponde, e ancor prima lo senti dalle vibrazioni sul braccio di spinta e dallo struscio più o meno leggero sul palco d’appoggio spolverato di talco. Lo senti, lo sai già prima se il tiro è preso oppure no.
E allora? Eh, pulissero i panni tutte le mattine come si deve…..
Eppiove.
Abbasso il finestrino, allungo il biglietto alla casellante, pago. Vuole la ricevuta? No,l’ho chiesta?, no! Non l’ha chiesta! Però lei ha la faccia di uno che la chiede! Massì la faccia, però non è mica un complimento. Uno che ha la faccia da ricevuta, questo son diventato. Sapori di pelle di lei l’estate che decisi di proseguire gli studi, la delusione di lei, transitoria nei miei pensieri e che non stava nemmeno un po’ nei miei progetti, semmai ne avessi mai avuto uno. L’ombra degli olivi mentre facevamo l’amore, luglio che tutti stavano al mare. Due percorsi diversi, lei che sarà madre presto ed io padre mai, laureato per caso ma non padre.
Se avessi avuto un po’ più d’amore, se non avessi solo preso corpi e corpi, se avessi concesso un poco di più che la mia erudizione, e qualche centimetro di carne.
Eppiove, su quei pini che vedevo dal treno quando arrivavo tutte le mattine, appena piantati al primo anno di corso, coi nidi di processionaria qualche anno più tardi quando tornavo a casa barba lunga e maglione a girocollo un po’ sbragato. E adesso che porto la cravatta son alti quei pini e i loro rami danno fastidio agli inquilini del primo piano. Qualcuno è stato abbattuto, come aveva detto Fabio al passaggio in treno prima dell’esame di fisica. Lui è un pragmatico della madonna, per lui il film ha un inizio, uno svolgimento e una fine. E pretende che la logica dia il latte a questi tre bambini, latte bel caldo e digeribile. Puoi tirare cento volte e cento volte sarà lo stesso tiro, voglia o no il gestore del bar pulire il panno. Un mio opposto, prendeva sempre un voto in più di me, ma io mollavo appena sentito che passavo e che non ero al minimo, mollavo inevitabilmente all’ultima domanda. Non mi è mai importato vincere veramente. Lo sguardo sgomento del mio avversario dopo una decima di tiri a volte bastava. Ho sempre dimostrato non mi è mai importato concludere.
Eppiove.
Ma oggi sono alla conclusione di qualcosa. La mia biglia sta per piombare su quella dell’avversario, e francamente non ricordo lo stacco né lo struscio, né il rumore o vibrazioni di sorta. Solo ricordo gli sguardi di tutti gli altri mentre la biglia rotolava.
Ecco, mi torna in mente il “Cittadino”. Mauro si chiamava questo signore, poverissimo ma dignitoso nei modi, persino impettito quanto prendeva la mira. Povero e perdente lasciava quasi tutta la pensione sul tavolo da bigliardo. Ma quando staccava, che l’avesse preso oppure no il tiro, si alzava e si voltava per cercare il gesso colorato. Già sapeva, aveva un atteggiamento di chi sapeva come sarebbe andata a finire e non gli importava, lui giocava e basta.
Mi scusi, ho qua il certificato provvisorio di abilitazione. E’ possibile ottenere l’originale? Dovrebbe già essere pronto da tempo. Ma scusi lei ha fatto richiesta? No? ….e allora… sa almeno una settimana per prepararlo, ma a cosa le serve?
A cosa serve tutto? Se tutto ha un senso tutto dovrebbe servire a qualcosa, ma ce l’ha, un senso. Annaspare in un provvisorio spartito, come quando tenti d’inventarti la serata da solo, senza amici, senza programmi. Quando hai verificato che le compagnie sono inutili, che nessuno la pensa come te, che non c’è confronto, che ognuno tira opinioni a se, prefabbricate, inconcludenti o finalizzate, ognuno lo fa per gioco, giocare, ridere, correre e morire di amore soli davanti al mare, in lacrime perchè s’è vecchi ormai. Colori di niente, tramonti inutili, con nessuno a cui stringere la mano e guardare nell’occhi.
Vabbè proverò con l’attestazione che mi stanno facendo all’orddine! Ecco si quella dorvrebbe andar bene, ma noi che facciamo? Lo dobbiamo fare ‘sto certificato. Essì fatelo devo farvi richiesta formale? Si? Ok ora mi siedo e scrivo, c’è un modulo prestampato? No? Non importa scrivere è il mio mestiere. In bollo o in carta semplice? Carta semplice, certo.
Mi vibra il cellulare. A quei tempi non c’era il cellulare, quando non c’eri non c’eri e basta. M’è difficile isolarmi adesso. Se lo lascio spento ti chiedono sempre perché l’avevi spento, se non rispondi sembra che fai il difficile. No, non sono banalità del cazzo. La verità è che non guardo più qualcuno negli occhi da un sacco di tempo. Osservo solo oggetti, anche una capra a volte mi pare più umana del mio prossimo. E agli oggetti m’affeziono più che alle persone. Cerco contatti impersonali, non voglio più approfondire, la parola e il discutere son limitati a persone di altra epoca. Cadaveri da tempo e mi sorprendo a passarmi le mani tra i capelli che non ho più quando sto con loro.
Si direttore, che c’è? si l’ho visto il fax stamattina presto, oggi torno in ufficio e scarico il file dalla posta, poi ci penso io a correggere i dati. No vedrai che arriviamo a duecento o poco meno. Rompicoglioni.
Consegno la richiesta e torno in facoltà. Da lontano vedo un vecchio compagno di corso, s’é infrattato come assistente a micologia. Cambio percorso e lo evito, non ho voglia di vedere nessuno né di diseppellire il tempo, polvere trasparente ma opaca delle cose che sono state.
Marina mi teneva la mano sulla panchina dietro la facoltà di matematica. Come c’eravamo capitati quella sera là dietro, il posto più desolato e brutto di Pisa. Eppure li avevamo parlato, in quella fresca sera con tutte le stelle in cielo, nessuna assente, una leggera brezza di primavera nell’intervallo tra un esame dato e il prossimo ancora lontano. A nostro modo avevamo fatto l’amore, poi aveva appoggiata la testa sulla mia spalla e guardava il cielo, in piazza de’ cavalieri vicino a mensa cominciava un concerto, noi avremmo dovuto essere là, ma c’eravamo fermati a fare i piatti. Andate vi raggiungiamo in piazza. Stefi e Riccardo e Francesca erano andati, su quella panchina nessuno ci avrebbe disturbato. Poi camminammo a lungo per i vicoli, passammo Ponte di mezzo e via fino alla stazione a vedere i treni passare e a bere un caffè al dopolavoro. Marina la conobbi così, che studiavo con Stefi e una volta che Stefi doveva andare all’istituto per strisciare capsule petri, noi s’era rimasti a chiaccherare sul letto. A un certo punto Marina mi dice: adesso dormiamo. S’è appoggiata al muro e a me, mezza seduta e mezza sdraiata e abbiamo dormito un paio d’ore.
Adesso che non vivo, adesso che prendo a pretesto la cronaca di una mattina in luoghi non più miei per scrivere un poco prima di andare a letto, mi chiedo: esisterà una tregua? Sarò ancora capace di alzarmi alle cinque una mattina d’estate per andare ad ascoltare il mare nella conca di Punta Corvo?
Una mattina di tanti anni fa, all’alba arrivai a Monte Marcello, presi la stradina per il mare in mezzo ai pini, dicono che siano più di ottocento scalini. Giù, duecento metri di spiaggia nera sul mare tra Toscana e liguria (la mia vita, i miei luoghi sono sempre di passaggio).
Seduto al centro della spiaggia guardai su, passava lontanissimo un aereo e provai a pensare cosa poteva esserci lassù, a ottomila metri.
Il cielo è sempre sereno a ottomila metri. Poi l’azzurro finisce e incomincia il turchino, che si fa via via sempre più intenso. Verso i duecento chilometri il cielo è nero. Stelle, galassie, nebulose, ammassi, radiogalassie remote miliardi di anni luce, gas e polvere lo riempiono quasi interamente. E tutto in fuga da noi a una velocità pazzesca. E non solo da noi, la recessione essendo isotropa. Se questa recessione continerà indefinitamente vorrà dire che l’universo è aperto, infinito. Se un giorno cesserà e cambierà direzione, che è chiuso, finito. Insomma che anche l’universo ha il suo orizzonte degli eventi. Con questo di particolare, di essere l’orizzonte estremo, l’orizzonte di tutti gli orizzonti al di là del quale non ci sono altri eventi, non c’è più niente.
Ma se l’uomo dovesse arrivare oltre ciò che afferra, quale sarebbe lo scopo del cielo?